Individuale

I webattori: la base del web2.0

La definizione – mutuata dal francese e proposta da Pisani-Piotet (2008) – identifica l’insieme degli utenti di internet che, oltre a consultare le informazioni sul web, ne inseriscono di nuove, sia come risposte a precedenti (blog, comunità sociali, altre), sia come contenuti multimediali.
Questo post ha lo scopo di aiutare a identificare questa tipologia di utenti che è alla base del web2.0.
Si può affermare che oggigiorno oltre il 60% dei contenuti del web è inserito da questi webattori. Essi condividono parte delle loro informazioni grazie a servizi o strumenti che saranno presentati in seguito. Sono contemporaneamente consumatori/creatori, lettori/scrittori, ascoltatori/registi, spettatori/produttori. Le informazioni da loro inserite sono etichettate tramite dei “tag”; così facendo queste risultano organizzate in insiemi (ri)modellabili.
Si potrebbe affrontare il tema da diversi punti di vista: da quello dei nativi digitali che vivono il web2.0 in modo acritico, a quello delle imprese che lo sfruttano (limitatamente a quelle che l’hanno compreso), passando per la diminuzione dei costi dell’informazione e al suo corollario, la disponibilità degli esperti. Mi limito a segnalare il modello del plus-valore delle informazioni prodotte dai webattori, rimandando a altri post altri approfondimenti sul tema.

Se – come afferma O’Reilly -, i webattori aggiungono valore all’informazione, facendo emergere una saggezza, perché non utilizzare questo loro lavoro in modo diretto, organizzato e gratuito, come plus-valore? Questo modo di vedere il lavoro dei webattori è definito con il termine di “crowdsourcing” che, tradotto, potrebbe suonare come l’ “esternalizzazione delle produzioni delle moltitudini”. Si ispira a due termini – “outsourcing” e “wisdom of crowds” (esternalizzazione e saggezza delle moltitudini) ma va oltre questi (vedi la corrispondente voce di wikipedia). Grazie a questo plus-valore e a regole qui non dettagliate, emerge la qualità dell’informazione e si elimina il superfluo e il poco valido. Una dimostrazione di questo, in due ambiti diversi tra loro, lo possono pragmaticamente dimostrare wikipedia e flickr. Nel primo, la qualità degli interventi è controllata dai webattori, esperti nel campo, che correggono e commentano; nel secondo, dalle fotografie di qualità che emergono dalla massa e che sono mostrate tra le 500 migliori del giorno (vedi explore).
Su questo nuovo meccanismo che apre nuovi paradigmi, si dovrà riflettere. Troppe sono ancora le incertezze. Le analisi dei siti di web2.0 che sfruttano intensivamente il “crowdsourcing“, ci daranno delle risposte.

Contro facebook

Web2.0 è comunità sociale; è condivisione di dati, di idee e di gusti.
Oggigiorno sembra risulti più facile cercarsi in modo virtuale in siti di “social network” che in un bar, in una piazza o per il tramite di un’associazione. Forse perché abbiamo meno tempo a disposizione e lo spostarci diventa complicato. O, forse, perché la tecnologia del web2.0 ci mette a disposizione un’identità virtuale, mascherata e meno onerosa da gestire, almeno sul piano personale.
Facebook, uno dei social network più gettonati nel campo del web2.0, ha come slogan “Un servizio sociale per rimanere in contatto con le persone attorno a te”. L’impressione è che grazie a siti come Facebook si rimane davanti a un computer e ci si isola. Ma, non è questa l’impressione delle migliaia di utenti di questo social network che cresce esponenzialmente: certifica oltre 60 milioni di utenti. 60 milioni di coglioni – afferma T. Hodgkinson del “The Guardian” – che hanno fornito i loro dati anagrafici e preferenze d’acquisto a un’azienda di cui non sanno nulla. Ed è qui il problema. Dietro questa società, esiste un gruppo di persone, “neocon” che credono nei valori conservatori, nel libero mercato e in un governo con funzioni ridotte al minimo. Niente di strano, per carità. Anche alle nostre latitudini esistono persone che professano queste linee politiche. Per fortuna non hanno investito nel web che in questo caso viene visto come un sistema a favore del libero commercio e per la libertà dei rapporti umani e degli affari. Libertà che infatti trasforma il concetto di “condivisione” in “fare pubblicità”. Per rendere attenti i potenziali utenti di Facebook si consiglia di leggere attentamente come la privacy viene trattata: “Faremo pubblicità”, “Non potete cancellare niente”, “Chiunque può sbirciare le vostre confessioni”, “La nostra pubblicità sarà irresistibile”, sono tra le linee direttrici del sito. Uno spasso per chi non ha idee ma cerca di condividerle.

"Digital divide" tra i docenti?

A fine 2007 è stata effettuata un’inchiesta presso tutti i docenti delle Scuole elementari del Ticino. Da questa inchiesta – stilata dall’USR, non ancora pubblicata e alla quale ha risposto oltre la metà dei docenti (52%) – emergono dati coerenti con quelli citati nel mio precedente post sul tema<: la maggior parte dei docenti sa usare e impiega le ICT per il proprio lavoro di preparazione.
Emergono anche altri elementi significativi e importanti.

Uno di questi è che solo il 25% dell’insieme dei docenti pensa di usare le ICT in classe e solo l’8% le impiega regolarmente con gli allievi, nella propria classe. Una mancata integrazione delle ICT in questo settore. Vedremo di approfondire il tema successivamente.
Un altro elemento importante che emerge è che quasi la metà dei docenti in carica non ha risposto all’inchiesta malgrado le sollecitazioni arrivate da più parti che indicavano la stessa come importante. Presumibilmente, si può dedurre che il 48% dei docenti non è interessato alle ICT né come strumento per il proprio lavoro di preparazione, né lo impiega regolarmente. È un’interpretazione, che però mi permette di affermare che anche alle nostre latitudini sta’ effettivamente emergendo come il “Digital divide” si è spostato dalle nuove generazioni – ormai formate da nativi digitali – a quelle dei docenti in carica che non hanno avuto una formazione a queste tecnologie. Questo è un problema che si potrà facilmente risolvere (formazione, informazione, emulazione, accesso alla dotazione) se lo si identifica. Un ulteriore freno all’integrazione delle ICT.

Il web2.0: moda o tendenza?

Il web 2.0 è arrivato. Lo si nomina sempre più. Lo si considera come un nuovo modo di concepire i servizi di internet, in particolare il web.

Cos`è il web2.0? In poche righe una risposta è solo abbozzabile. Vediamo di dare alcuni elementi per poi, successivamente, approfondire l’argomento. Innanzitutto, l’internet e il web non sono da confondere. Il primo è la rete sulla quale “girano” molti servizi (tra cui la posta elettronica); il secondo è un’applicazione che permette di consultare informazioni navigando (browser) da un sito all’altro. Ed è qui che avviene il cambiamento dal web al web2.0. Gli utenti infatti passano dallo statuto di viaggiatori a quello di attori, grazie al miglioramento della tecnologia, sempre più trasparente ed ergonomica. Alcuni autori (F. Pisan, D. Piotet, 2008) parlano di “webacteurs” (da ora in poi mutuato in “webattori”). Questi utenti propongono contenuti, li commentano, interagiscono, creano comunità: rendono cioè i servizi e le informazioni più variegati e in forte e continua evoluzione. Questi “webattori” sono un sottoinsieme degli internauti che si implica maggiormente, che emerge e fa tendenza. Gli internauti consultano Wikipedia, loro scrivono e commentano le voci. La maggioranza degli utenti sfoglia foto e filmati in Flickr e Youtube, loro ne alimentano i contenuti. Creano comunità sociali in Myspace, Beebo ed altri ancora.

Diversi di questi Webacteurs dice la sua nei blog, come chi scrive. Ma, qual è la qualità di questi contenuti? Non si abbassa, privilegiata dalla voglia di mostrarsi? Quali sono i plus-valori di queste espressioni individuali, micro e frammentate?

Google

Google è il ragno della Rete. In essa svolge una metafunzione: sapere dov’è il sapere. Dio non risponde mai; Google sempre, e immediatamente. Gli sottoponiamo un messaggio sgrammaticato e sintetico all’estremo; un clic e… bingo! La cataratta: il bianco accecante della pagina si annerisce d’improvviso, il vuoto si trasforma in pieno, la concisione in logorrea. Ogni volta si vince. Dal momento che lavora su quantità di dati enormi, Google obbedisce a un tropismo totalitario, inghiotte e digerisce. Da qui nasce il progetto di scannerizzare tutti i libri, di analizzare tutte le tipologie di materiali: cinema, televisione, stampa; oltre questo limite, il bersaglio logico della googleizzazione è l’universo intero. Lo sguardo onniveggente percorre il globo, e legge avidamente ogni piccolo insieme di dati. Affidagli la tua catasta di documenti, e lui sistemerà ogni cosa al suo posto – e sistemerà anche te, che per l’eternità non sarai altro che la somma dei tuoi clic. Google un Grande Fratello? Come non pensarlo? Per questo deve presentarsi come fondamentalmente buono. È cattivo? Di sicuro è stupido. Se le risposte che appaiono sullo schermo sono moltissime, è perché le legge appena. L’impulso iniziale è fatto di parole, e le parole hanno più di un senso. Ma il senso sfugge a Google, che codifica, ma non decifra. Memorizza le parole nella loro materialità bruta. Tocca sempre a te, quindi, trovare nel pagliaio l’ago di quel che realmente cercavi.
Google sarebbe intelligente se si potessero processare i significati. Ma non è possibile. Come un Sansone rasato, Google continuerà ciecamente a macinare fino alla fine dei tempi.

di Jacques-Alain Miller– tratto da “Nuovi miti d’oggi”, Isbn Edizioni, 2008
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La storia "open source"

Stanno avendo un successo al di sopra delle aspettative i siti web – di regola delle televisioni statali – che offrono materiale multimediale di tipo storico.
Nella fruizione delle informazioni, la multimedialità si è da tempo affiancata ai testi grazie alla digitalizzazione che la rende più manipolabile e riutilizzabile. I suoi canali comunicativi (suono, immagine, testo) si fondono, rendendo le informazioni veicolate maggiormente pregnanti. Se i contenuti sono interessanti, ecco che il successo appare evidente. Nell’ambito formativo la multimedialità sta’ avendo successo da vari punti di vista: passivo (fruizione), creativo (costruzione) e interattivo (individuale). Su questi punti tornerò in dettaglio più avanti. Fermiamoci però alla storia.
Il poter usufruire e commentare (stile web2.0) documenti multimediali di tipo storico, autorizza l’uso dell’identificativo “open source”. Infatti, sono disponibili i filmati, condivise la critiche, individuali le ricostruzioni. Evidentemente, non sono i siti come quello della TSr, dell’archivio della Tv francese della TSi (vedi navigastoria) o altri che potranno (ri)costruire la storia. Tuttavia, anche in questo campo emergono opportunità interessanti che a livello formativo e soprattutto didattico forniscono spunti e materiale che fino a pochi lustri or sono erano impensabili. Al docente conoscerne la portata, approcciarli criticamente, integrarli nella sua didattica di classe e consigliarli come materiali per uno studio/approfondimento individuale. Questo è un esempio di integrazione delle ICT.

Google ci rende idioti?

È iniziato da alcuni mesi un dibattito che tocca l’uso delle ICT in ambito cognitivo, per rapporto ai vantaggi e agli svantaggi che questo impiego comporta. In grandi linee, ci si interroga sul fatto che l’uso di internet renda più o meno idioti. Tutto è partito da Nicholas Carrche ha pubblicato un saggio su “The Atlantic” (poi tradotto in italiano da “Internazionale, no. 751), ripreso da “Der Spiegel”, da “Le Temps” e continuato in molti blog. Al tema ho già dedicato un post nel quale accennavo al fatto (M. McLuhan dixit) che il canale comunicativo e l’informazione veicolata modificano il modo di pensare e l’organizzazione cognitiva. Carr, non nascondendo le opportunità offerte dai servizi dell’internet (e dal web in particolare), afferma che attraverso l’uso intensivo di questi servizi diventiamo idioti, non siamo più in grado di concentrarci, ci facciamo dispersivi e ci limitiamo ad attenzioni ridotte e a letture sempre più corte.
Naturalmente ringrazio Carr di avere iniziato il dibattito, poiché esso dimostra che siamo effettivamente a un tornante epocale per quanto attiene alla trasmissione, all’organizzazione e alla fruizione (anche in senso cognitivo) delle informazioni. Da anni, diversi lo sottolineano. Al tema ho già dedicato diversi post in cui descrivo come i servizi dell’internet ci rendono (più o meno) intelligenti e di come è emerso (in senso sistemico) un nuovo artefatto cognitivo. Appare evidente che il dibatto ha il merito di cogliere e criticare questo tornante epocale nell’ambito comunicativo e cognitivo.
Riprendo in sintesi quanto ultimamente di interessante è stato detto o scritto sul tema. Dillenbourg (EPFL) parla di protesi offerta dall’insieme di questi servizi, protesi che si sostituisce ad alcune nostre capacità ma, nel contempo, ci rende maggiormente performanti. Panese (Uni Losanna) è del mio stesso parere e cioè che la tecnologia modifica, essendo un artefatto cognitivo, il nostro modo di ragionare. Koch (insegnante ICT) sottolinea che è giunto il momento di accettare la diversità dei supporti conoscitivi che si aggiungono ai libri.
Come gente di scuola, non possiamo comunque non vedere nel presente dibattito le opportunità e i pericoli che questi servizi ICT mettono a disposizione e fanno emergere per rapporto agli studenti che le usano come “nativi digitali”.
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Sicurezza o paranoia?

Si è tenuta la scorsa settimana a Las Vegas il congresso Black Hatdedicata alla sicurezza informatica. Questo incontro era quasi interamente dedicato a temi che interessano i tecnici informatici che si occupano di sistemi di protezione. Un congresso quindi da specialisti in materia. Tuttavia, dalle conferenze proposte sono emersi temi che concernono anche alcune tipologie di utilizzatori di internet, in particolare quelli rintracciabili tra i “webacteurs”. Si tratta degli utenti che usano servizi del web2.0 e che hanno profili in rete e intensi scambi nei siti di “social network” quali o Myspace. Ebbene, questi utenti sono potenzialmente attaccabili da pirati informatici che si appoggiano soprattutto sulla credulità e superficialità di questi webacteurs. Gli esperti in materia di sicurezza sono preoccupati: questi utenti scaricano molte applicazioni senza rendersi conto del rischio di infezione informatica. Così facendo, infettano il loro profilo (le informazioni pubblicate in rete), nuocendo così anche alla rete (social-network) di conoscenze che hanno creato. Da qui pure una possibile infezione del proprio pc che potrebbe servire da punto di partenza per attacchi di grande portata. Oppure per spiare quanto questo tipo di utente esegue in rete, sorvegliato a distanza dai pirati informatici. Sicurezza o paranoia? Comunque, “Ocio…”
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Adolescenti in rete: tra amicizie, trasgressioni e rischi.

Da un’inchiesta effettuata dalla Doxa per l’associazione “Save the Children nel febbraio 2008 (scarica in .pdf), risulta che il 2/3 degli adolescenti italiani che usa internet entra nei servizi del web2.0 e rende disponibile un proprio profilo personale. Anche da noi, empiricamente parlando, questa è la tendenza. Questo sembra essere coerente con quanto precedentemente scritto e in linea con l’emergenza dei cosiddetti “webacteurs” , ma apre tuttavia una serie di interrogativi inerenti alla protezione dei dati personali e alla conoscenza dei rischi – potenziali ma esistenti – che si incontrano in siti di “social network” come facebook (vedi post) o Myspace. Qui non si vuole esagerare la portata del rischio per rapporto alle opportunità, ma si vuole sottolineare l’importanza di un’informazione corretta e trasparente su questi servizi e sulle leggi a cui essi fanno riferimento. Rapportarsi al web2.0 con conoscenza di causa appare oggigiorno assiomatico, per evitare i rischi personali e aumentare le possibilità comunicative.
Ma, a chi compete questa informazione? Alla scuola che deve una volta di più educare oltre che istruire? Agli enti che si occupano di prevenzione? Allo Stato e ai suoi Dipartimenti?
Da alcuni anni diverse iniziative in questo campo informativo sono disponibili; l’elenco sarebbe lungo. Preme sottolineare che il “target” a cui si rivolgono queste iniziative dovrebbe essere l’insieme dei docenti. In modo che questi possano – una volta informati e/o formati – integrare e proporre le informazioni ad allievi/studenti, secondo modalità scolasticamente pertinenti. Un’offensiva che vada in questo senso sarebbe opportuna. La Confederazione l’ha già positivamente attivata, creando guide e percorsi didattici (vedi). Per ora purtroppo solo in tedesco e in francese. Probabilmente poiché noi, della Svizzera italiana, non ci si è attivati a sufficienza sul tema, o forse perché il problema è meno sentito alle nostre latitudini, oppure perché abbiamo le idee in chiaro. À suivre…
fri-tic © fri-tic

Leggo i tuoi dati e tu non lo sai…

Nelle scuole e nel privato il portatile – o altro apparecchio che lo sostituisce (Blackberry, Iphone, ipod)- si usa sempre più. La diffusione degli hotspot wifi è in crescita esponenziale. Alcuni ritrovi pubblici, alcune città (tra cui Lugano) e le scuole universitarie (tra cui l’ASP) offrono questo tipo di collegamento all’internet. Esiste addirittura un progetto di interconnessione tra hotspot universitari e privati per fare in modo che l’accesso alla rete sia continuo anche fuori dal campus. L’essere sempre connessi appare come una necessità e lo studente, nativo digitale, apprezza.
Ma questo essere in rete con la connessione wifi non è privo di pericoli. Per esempio, nella nostra rete wifi istituzionale potrei catturare i dati sensibili che circolano su questa rete interna, protetta. Figurarsi sulle molte reti wifi aperte. È sufficiente circolare per le strade cittadine usando un apparecchio che permette la connessione al wifi per detectare le reti aperte a cui accedere. Non solo per sfruttarle per navigare, ma anche per catturare dati sensibili. Dati che l’utente utilizza per accedere alla sua posta elettronica, ai siti web necessitanti di un identificativo e altro ancora. Insomma, tutto quanto non è protetto da un protocollo che cripta quanto dall’utente va al server con cui si dialoga. Se manca il protocollo criptato, tipo “https” (lucchettato, di regola), quanto viene digitato può essere letto. Per esempio da software gratuiti tipo Wireshark.
In altre parole, ci si trova in situazioni più pericolose di quelle in cui si naviga in internet con un pc windows senza antivirus. In questo ambito il pericolo non è il proprio pc, bensì la propria privacy. Ma, voi non procedete in questo senso, nevvero?
PWLAN-Illustration-e immagine SWITCH

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