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Nativi digitali | Mito o realtà?

Nell’ambito del  corso “Integrazione delle ICT nella SM” inserito nel piano studi del Master of Arts SUPSI in Insegnamento nella scuola media 2010/2011, è stato chiesto ai partecipanti di redigere riflessioni tematiche sotto forma di blog. Il post che segue è uno tra quelli ritenuti meritevoli di pubblicazione.
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Se ne parla spesso: una intera generazione di giovani, cresciuti in un mondo invaso dalla tecnologia, con elevate abilità tecnologiche, sempre più richieste dal mondo del lavoro e degli studi superiori. Questa visione mi sembra un po’ troppo semplicistica, per una serie di ragioni:

1. le competenze in fatto di nuove tecnologie non si esauriscono nell’uso del cellulare, dell’MP3, e nella dimestichezza con periferiche e servizi informatici come Twitter o Wikipedia. In altre competenze, pur imprescindibili per studiare e lavorare oggi (come salvare i file, creare una cartella, formattare un testo, etc.),  i giovani oggi rimangono pressoché analfabeti.

    2. il reale uso delle tecnologie da parte dei ragazzi è ancora molto tradizionale, e  spesso si limita alla navigazione in internet e all’uso delle e-mail;
    3. vi sono ancora sensibili differenze fra i giovani quanto ad abilità in fatto di ICT, dovute a una serie di fattori come il retroterra socio-economico, culturale e le predisposizioni individuali.

      Ritengo allora che la scuola possa ancora giocare un ruolo importante nella formazione digitale e tecnologica dei giovani, indirizzandoli ad un uso consapevole delle ICT e aiutandoli a costruire una reale competenza digitale.

      Per  un po’ di storia, di dati e informazioni sui nativi digitali, vedi video di current TV

      Autrice: Egle Grandolfo

      I nativi digitali

      generazione_facebook

      Il termine “nativi digitali” è stata coniato da Mark Prenski nel 2001 e definisce la generazione dei nati a partire dal 1990, generazione immersa nelle ICT fin dalla prima infanzia.
      Questi nativi digitali sono nostri allievi e saranno gli adulti di domani. Crescendo con la tecnologia giocano coi videogiochi, frequentano i social-network”, consultano il web in modo personalizzato (vedi post precedente) e usano vari sistemi ICT che li collegano in continuità.

      Per comprendere questa generazione che noi docenti affrontiamo, scolasticamente parlando, con metodologie e strumenti tradizionali – che non rinnego ma che ritengo parzialmente superati  – invito a vedere l’interessante filmato con interventi di:
      Garry Small, Neuroscenziato, UCLA
      Giovanni Boccia Artieri, docente New Media, Università “Carlo Bo” di Urbino
      Antonio Fini, prof. Tecnologie Educazione
      Paolo Ferri, prof. Tecnologie Didattiche (vedi post)
      Howard Rheingold, scrittore e insegnante (vedi suo twitter)

      A cura di Livia Iacolare e Giacomo Cannelli, “Generazione facebook“, pubblicato da current.it

      Un ottimo filmato utile per inquadrare la tematica inerente ai nativi digitali e per comprendere le modifiche che essi potrebbero apportare, in prospettiva, all’insegnamento tramite le ICT.

      Facebook come paradigma dei pericoli insiti nelle reti sociali

      Nel suo ultimo rapporto (vedi) , l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) si è chinato anche sui pericoli delle reti sociali.

      Come ebbi a dire in un precedente post su facebook (contro facebook), la tendenza dei giovani è all’impiego massiccio ma anche superficiale di queste piattaforme, sottovalutandone i rischi nel campo della protezione dei dati personali.
      Nel rapporto citato ci si sofferma “… sui pericoli insiti delle reti di contatti sociali, che vanno molto di moda. Chi rivela in Internet molte informazioni personali si ritrova in innumerevoli raccolte di dati (anche private) e perde il controllo sui propri dati personali. I gestori di siti di questo genere possono combinare questi dati personali con metadati e redigere profili della personalità esaustivi e lucrosi.”
      L’IFPDT offre consigli a utenti, fornitori e autorità sull’impiego conforme alla protezione dei dati di questi servizi . In particolare dedica una sezione a questo tema delle reti sociali.

      Come Istituto terziario ci confrontiamo quotidianamente sul tema. Le/i nostre/i studentesse/i sono utenti regolari di reti sociali, in particolare di facebook. Esse/i amano queste piattaforme, le difendono (vedi inchieste interna) e ne sottovalutano i pericoli.
      Si impone un’informazione pertinente all’interno dei moduli inerenti i media e le ICT ma non solo. Ne riparleremo…

      facebook

      Contro facebook

      Web2.0 è comunità sociale; è condivisione di dati, di idee e di gusti.
      Oggigiorno sembra risulti più facile cercarsi in modo virtuale in siti di “social network” che in un bar, in una piazza o per il tramite di un’associazione. Forse perché abbiamo meno tempo a disposizione e lo spostarci diventa complicato. O, forse, perché la tecnologia del web2.0 ci mette a disposizione un’identità virtuale, mascherata e meno onerosa da gestire, almeno sul piano personale.
      Facebook, uno dei social network più gettonati nel campo del web2.0, ha come slogan “Un servizio sociale per rimanere in contatto con le persone attorno a te”. L’impressione è che grazie a siti come Facebook si rimane davanti a un computer e ci si isola. Ma, non è questa l’impressione delle migliaia di utenti di questo social network che cresce esponenzialmente: certifica oltre 60 milioni di utenti. 60 milioni di coglioni – afferma T. Hodgkinson del “The Guardian” – che hanno fornito i loro dati anagrafici e preferenze d’acquisto a un’azienda di cui non sanno nulla. Ed è qui il problema. Dietro questa società, esiste un gruppo di persone, “neocon” che credono nei valori conservatori, nel libero mercato e in un governo con funzioni ridotte al minimo. Niente di strano, per carità. Anche alle nostre latitudini esistono persone che professano queste linee politiche. Per fortuna non hanno investito nel web che in questo caso viene visto come un sistema a favore del libero commercio e per la libertà dei rapporti umani e degli affari. Libertà che infatti trasforma il concetto di “condivisione” in “fare pubblicità”. Per rendere attenti i potenziali utenti di Facebook si consiglia di leggere attentamente come la privacy viene trattata: “Faremo pubblicità”, “Non potete cancellare niente”, “Chiunque può sbirciare le vostre confessioni”, “La nostra pubblicità sarà irresistibile”, sono tra le linee direttrici del sito. Uno spasso per chi non ha idee ma cerca di condividerle.

      Adolescenti in rete: tra amicizie, trasgressioni e rischi.

      Da un’inchiesta effettuata dalla Doxa per l’associazione “Save the Children nel febbraio 2008 (scarica in .pdf), risulta che il 2/3 degli adolescenti italiani che usa internet entra nei servizi del web2.0 e rende disponibile un proprio profilo personale. Anche da noi, empiricamente parlando, questa è la tendenza. Questo sembra essere coerente con quanto precedentemente scritto e in linea con l’emergenza dei cosiddetti “webacteurs” , ma apre tuttavia una serie di interrogativi inerenti alla protezione dei dati personali e alla conoscenza dei rischi – potenziali ma esistenti – che si incontrano in siti di “social network” come facebook (vedi post) o Myspace. Qui non si vuole esagerare la portata del rischio per rapporto alle opportunità, ma si vuole sottolineare l’importanza di un’informazione corretta e trasparente su questi servizi e sulle leggi a cui essi fanno riferimento. Rapportarsi al web2.0 con conoscenza di causa appare oggigiorno assiomatico, per evitare i rischi personali e aumentare le possibilità comunicative.
      Ma, a chi compete questa informazione? Alla scuola che deve una volta di più educare oltre che istruire? Agli enti che si occupano di prevenzione? Allo Stato e ai suoi Dipartimenti?
      Da alcuni anni diverse iniziative in questo campo informativo sono disponibili; l’elenco sarebbe lungo. Preme sottolineare che il “target” a cui si rivolgono queste iniziative dovrebbe essere l’insieme dei docenti. In modo che questi possano – una volta informati e/o formati – integrare e proporre le informazioni ad allievi/studenti, secondo modalità scolasticamente pertinenti. Un’offensiva che vada in questo senso sarebbe opportuna. La Confederazione l’ha già positivamente attivata, creando guide e percorsi didattici (vedi). Per ora purtroppo solo in tedesco e in francese. Probabilmente poiché noi, della Svizzera italiana, non ci si è attivati a sufficienza sul tema, o forse perché il problema è meno sentito alle nostre latitudini, oppure perché abbiamo le idee in chiaro. À suivre…
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