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Oggi la lavagna è youtube.com

Su “Scuola ticinese” del novembre-dicembre 2008, in ultima di copertina, il giornalista Orazio Martinetti parla delle forme di trasmissione del sapere (dunque anche di competenza della Scuola) che si stanno modificando grazie alle ICT. Rifacendosi a Raffaele Simone e presentando il testo di Claudio Giunta (“L’assedio del presente”, editore il Mulino), l’autore sottolinea quanto già descritto in un mio precedente post (La rete ci rende più o meno intelligenti?).
In questo articolo opinionistico la linea è  nostalgica e l’accento messo su quanto si potrebbe perdere con l’integrazione della tecnologia (intesa come artefatto cognitivo, forma di trasmissione del sapere) nei processi di formazione/insegnamento/apprendimento. Quanto si potrebbe guadagnare non è menzionato. Il titolo dell’opinione è “Oggi la lavagna è youtube.com”. Sull’argomento ho già detto nel post menzionato.

Riallacciandomi a questo articolo, soprattutto per quanto inerisce alle forme di trasmissione del Sapere veicolate dalle ICT, mi preme sottolineare l’inopportunità del confondere l’apprendimento formale da quello non-formale,
L’apprendimento formale si sviluppa all’interno di un contesto strutturato e organizzato che viene progettato come insegnamento. Questo conduce a una forma di riconoscimento. Dalla prospettiva dello studente l’apprendimento formale individua un processo intenzionale. Di regola è quello diffuso dalla Scuola e fatto proprio dal settore universitario per quanto concerne i Saperi. Questi Saperi evolvono ma mantengono i loro capisaldi e aborrono la “cultura usa e getta”, anche se vengono pure veicolati da queste nuove forme di trasmissione (ICT).
Invece, l’apprendimento non formale si svolge al di fuori delle principali strutture d’istruzione e di formazione e, di solito, non porta a certificati ufficiali. Dal punto di vista di chi apprende, l’apprendimento non-formale è comunque intenzionale anche se, in molti casi, tali attività non rendono esplicito il contenuto dell’apprendimento. In questo ambito, la massificazione dei saperi – ridotta anche ai saper-fare – si è diffusa e massificata grazie a queste nuove forme di trasmissione (ICT).

A mio modo di vedere, le tecnologie richiamate da Martinetti (nuove forme di trasmissione e di diffusione del Sapere, web2.0?), toccano soprattutto l’apprendimento non-formale e non sono che relativamente intersezionate col Sapere e con l’apprendimento formale.
Tocca a noi docenti saper distinguere tra formale e non-formale. Se abbiamo in chiaro questa separazione, le nuove forme tecnologiche della massificazione dei saperi non-formali potrebbero essere viste come un vantaggio per chi apprende.
Inoltre, pur portando a una nuova “rivoluzione culturale” (interpretata negativamente da Martinetti), esse sono uno strumento (innovativo) che intacca omeopaticamente Conoscenza e Sapere, entrambi centrati – soprattutto, ancora e sempre – sul formale.

Dal sapere al comprendere: la rete e il senso

Da oltre 10 anni (dalla massificazione di internet) sento gente di scuola (ma non solo) affermare che l’informazione in internet è troppa, che ci si perde, che la qualità non sempre è valida. Insomma, nella moltitudine delle notizie di internet ci si potrebbe annegare. Inizialmente concordavo con queste affermazioni. Da pochi anni ho però modificato il mio parere. L’ho riformato da quando ho capito che <per non annegare nelle informazioni bisogna produrne. Sembra un paradosso ma non lo è.
In effetti il problema – come ben afferma D. Weinberger – non è la quantità di informazioni, bensì la sua frammentazione. Il web è per noi adulti fonte importante di informazioni quando queste ci sono interessanti. Nel web, a differenza che nei libri, le informazioni sono stoccate su supporti digitali, molto più facilmente rintracciabili, commentatili e tracciabili anche da parte nostra, grazie a metadati. Così facendo (delicious, digg, links, playlist,…) diamo a questi metadati per noi interessanti del senso, facendoci diventare degli esperti. Notiamo inoltre – per complicare il discorso – che i metadati, nel web, spesso si confondono coi dati che veicolano: per esempio, un catalogo di libri porta direttamene ai libri che presenta/organizza. L’accesso alle informazioni risulta quindi essere più personalizzato. Non è l’esperto che, tramite metadati, classifica e propone, dando ordine come nel “mondo fisico”, bensì è l’utente che organizza le informazioni in funzione dei suoi interessi e necessità, mescolando metadati e dati. Esempi di questo modo di gestire le informazioni sono presentati dai collettori di metadati (tag) del tipo delicious, oppure da enciclopedie on-line tipo Wikipedia.
Raccogliendo così le informazioni (taggate, linkate o commentate), si deve però prestare attenzione alla loro qualità. L’esperto riconosciuto istituzionalmente in rete non esiste. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, trovare le pagine di discussione sul soggetto, scoprire i commenti inerenti a quest’ultimo. In sintesi, come adulti consapevoli, su internet non cerchiamo solo l’informazione, cerchiamo di meglio comprendere quanto già sappiamo: stabiliamo cioè relazioni tra l’informazione e il senso, aggiungendoci del valore. Questo si chiama comprensione.
In un’ottica di formazione, la sfida per rapporto a questo nuovo modo di procedere nei confronti del sapere, risiede nella sua trasmissione e trasformazione didattica, prima per i formatori, poi per gli studenti.

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