…una canzone dolce, come recita il titolo di un noto libro di Erik Orsenna. Ed è proprio da questo libro che vorrei partire per una breve riflessione sulla scelta dei testi sui quali lavorare in classe, un tema che affronteremo nel nostro ultimo incontro dell’anno, a giugno, ma che vale la pena di introdurre già sin d’ora.

Il libro di Orsenna è un bell’esempio di come si può abbinare una storia divertente e coinvolgente alla proposta (più o meno implicita) di efficaci strategie didattiche, infarcendo il tutto di una sottile ma decisa critica verso l’insegnamento tradizionale della grammatica.

Illuminanti, in questo senso, sono le pagine nelle quali l’autore descrive gli “aggiornamenti pedagogici” ai quali sono sottoposti i docenti che nel loro mestiere hanno dimostrato di non sottostare alle indicazioni provenienti dall’alto: vere e proprie sedute forzate, durante le quali “gendarmi dell’aggiornamento” (pseudo-formatori ben diversi da noi) impartiscono lezioni meramente frontali e somministrano definizioni a iosa, cercando di riportare i malcapitati sulla retta via (potremmo chiosare: ecco come non si deve impostare un corso di aggiornamento).

Per contro, come scrivevo poco sopra, il fantastico mondo delle parole nel quale sono finiti i due protagonisti dopo il naufragio che li aveva lasciati letteralmente senza parole (senza linguaggio). In particolare, Il percorso che Giovanna intraprende sull’isola è denso di spunti didattici sui quali vale la pena di riflettere: attraverso la conoscenza diretta (per esperienza, non per memorizzazione di definizioni o regole) delle categorie grammaticali  piano piano la ragazzina riacquista l’uso del linguaggio e, con esso, l’amore per le parole.

A titolo di esempio, cito il capitolo sull’analisi logica che, senza far ricorso alla cascata di complementi prevista dalla grammatica tradizionale, suggerisce un modo per avvicinare i bambini alla riflessione logica a partire dalla frase semplice, complicando via via le cose. In breve, l’episodio è il seguente: Giovanna pesca due parole dalla voliera  dei nomi (tuberosa e diplodoco), poi pesca un verbo (sgranocchiare) dal formicaio dei verbi; poi pesca due articoli dal distributore degli articoli (la e il); dispone i tre elementi in sequenza (La tuberosa sgranocchiare il diplodoco); dopodiché (e dopo un suggerimento sull’ordine delle parole nella frase appena abbozzata) inserisce il foglio con i tre elementi negli orologi dei tempi verbali, che sistemano definitivamente la frase, dandole un senso compiuto: il diplodoco sgranocchia la tuberosa.

Con un po’ di fantasia (sorretta da una buona conoscenza dell’analisi logica), è facile ipotizzare un’attività didattica simile, da proporre a bambini del II ciclo SE, prestando però attenzione a un particolare non irrilevante: se consideriamo l’analisi logica secondo la pista valenziale, il primo elemento a dover essere pescato dovrebbe essere il verbo, non i sostantivi, perché è proprio il verbo che ci dice di quanti elementi (di quanti nomi) ha bisogno per creare una frase minima. Se pesco il verbo “preparare”, ad esempio, so che dovrò avere due nomi per comporre una frase completa (“la nonna” e “la torta”); è il verbo inoltre che mi fa capire senza possibilità di errore qual è il soggetto della frase.

Mi scuso per essere stato estremamente sintetico (il discorso sull’analisi logica secondo la pista valenziale merita di essere ripreso nel nostro corso, quaest’anno o – per chi lo vorrà – l’anno prossimo), ma mi premeva proporvi questo spunto di riflessione, che ora traduco con un “compito”: se conoscete il libro di Orsenna (e, se non lo conoscete, leggetelo: è breve e si legge con lo stesso piacere con il quale si beve un bicchier d’acqua fresca in una calda giornata di sole), provate a individuare almeno uno spunto didattico che si potrebbe proporre (modificandolo e adattandolo al contesto) nelle vostre classi. Presentatelo poi succintamente come commento a questo articolo.

Buona lettura e buone riflessioni!